Sono dovuta arrivare alle “tenera” età di 38 anni per scoprire la bellezza di viaggiare da sola.

Non ho mai avuto modo di farlo prima, un po’ per gli anni di malattia, un po’ perché se partivo lo facevo insieme al mio compagno, un po’ per paura. Soprattutto per paura.

Era ottobre del 2024 quando ho preso la decisione. Avevo bisogno tremendamente di partire, stare con me stessa ed esplorare un posto nuovo. Così mi sono decisa. Soltanto 3 giorni che però avrebbero lasciato un’impronta indelebile.

Da Aosta ho preso un Flixbus che mi ha portata nel cuore di Bruxelles. Viaggiando la notte, sia in andata che al ritorno, ho recuperato un sacco di tempo utile per svagare la mente. Già uscendo fuori dalla Valle d’Aosta ho tirato un sospiro di sollievo. È incredibile quanto un posto tanto bello, se non lo senti casa, diventi una prigione. Poi montagne di 3000 e 4000 metri attorno non aiutano di certo ad alleviare questa sensazione.

Sono arrivata attorno alle 9 del mattino, il tempo era bello, cielo terso e sole. Un bel buongiorno.

Per prima cosa, scesa dal bus, ho recuperato la colazione al minimarket che si trovava nei pressi della fermata: un semplice croissant con marmellata di albicocca che sembrava già il più buono mai mangiato. Solo dopo essermi rifocillata mi sono messa in marcia verso l’hotel che si trovava in pieno centro città.

Non avevo la più pallida idea di dove fossi né della reale distanza che mi divideva da quella mia prima meta, così Googl Maps è diventato il mio compagno di viaggio. Con molta calma, in 40 minuti di passeggiata, sono arrivata a destinazione. La zona della Gare du Nord, dove si fermano i Flixbus, non è delle più belle e a dire il vero il primo impatto con la città non è stato dei migliori. Ma a mano a mano che il centro si faceva più vicino, le mie aspettative cambiavano, passo dopo passo.

Dopo neanche due ore dall’arrivo mi sono resa conto che mi sarei dovuta studiare un piano migliore per visitare la città, non potevo permettermi passeggiate eterne per arrivare da un posto all’altro. Arrivata in stanza quindi, mappa alla mano (cartacea questa volta, non ci rinuncio!), ho ricontrollato tutte le mete che mi ero prefissata di vedere, rendendomi subito conto che andavano dimezzate. Non potevo correre da un posto all’altro pur di visitare tutto, la salute non me lo avrebbe permesso.

Al tempo ero nel pieno della fase chirurgica più pesante della mia vita: 3 interventi in un anno. Soffrivo di RCU (Rettocolite Ulcerosa Cronica), una patologia autoimmune che colpisce colon e retto. La situazione si era molto aggravata da dicembre 2023 a causa di complicanze scatenate da un’altra malattia autoimmune (l’AEA, ma ne parlerò poi), per cui nel marzo 2024, dopo un ricovero di 10 giorni, sono stata trasferita in urgenza da Aosta all’ospedale Mauriziano di Torino per il primo step della colectomia totale (asportazione di colon e retto). Al tempo di Bruxelles quindi mi ero sottoposta a 2 dei 3 passaggi per cui non avevo già più nessuno dei due tronconi intestinali e viaggiavo con una ileostomia (il sacchettino attaccato alla pancia che serve per evacuare). Stavo bene, nonostante tutto, ma dovevo essere ben organizzata per girare senza rischi: il sacchetto andava spesso svuotato e il rischio che si staccasse mentre ero in giro non era basso. La stanchezza cronica sfibrante che mi accompagna da quando mi sono ammalata fa e faceva il 70% dei danni anche a Bruxelles.

Inoltre mi trovavo in una fase emotiva importante: ero sposata e sull’orlo della fine della relazione. Questo viaggio è stata quindi una manna dal cielo perché mi ha permesso di capire molto di me e della mia vita.

Innanzitutto sono sempre stata una persona che correva pur di non perdersi nulla. Qui, sola, ho dovuto imparare a vivere le giornate al mio passo, un passo diverso da quello di qualche anno prima: più lento, più consapevole. Ho selezionato cosa visitare distribuendo le tappe più impegnative su 3 giorni diversi e aggiungendo ad ognuna di esse attività leggere, concentrate nella stessa zona e inframezzate da lunghe pause per riposare il corpo. Questo è il primo grande insegnamento che mi ha donato questa città: le distanze vanno misurate in energie, non in chilometri. Vedere meno non è fallire ma viaggiare consapevolmente. Inoltre la lentezza ti permette di notare dettagli che altrimenti resterebbero nell’ombra.

Girando da sola ho anche compreso che la vera solitudine non è trovarsi senza qualcuno accanto ma vivere con chi non ti vede, soprattutto se quel qualcuno te lo sei sposato. Ho imparato che non è assenza ma spazio: la prima colazione consumata al tavolo di un bar nel centro storico della città ha avuto il sapore della libertà nella semplicità squisita di una calda gauffres con sciroppo d’acero e un caffè doppio.

Attimo dopo attimo, passo dopo passo, esplorando Bruxelles mi sono resa conto che tante paure erano infondate e che ce la stavo facendo da sola, nonostante tutto. Un tutto che ha ancora un bel peso ma che dopo questi 3 giorni spaventava già molto meno.

Nel mio soggiorno in questa stupenda città, di cui racconterò ciò che ho visto in un articolo a parte, ho preso quindi due grandi decisioni:

  • La prima era di chiudere la relazione tossica in cui ero finita, mi stava divorando dentro, stava spegnendo tutta la mia luce.
  • La seconda era la promessa a me stessa che avrei continuato a viaggiare da sola ogni volta che avessi potuto, perché viaggiare è un atto di cura potente per la mente e per il corpo. Non è solo scoprire dei luoghi nuovi. È scoprire anche sé stessi attraverso loro e le storie che raccontano.

Perché io non sono le mie malattie, non sono l’esasperazione di rapporti tossici, non sono le mie paure: sono una donna che vuole rinascere e ricostruirsi.

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